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 Cassazione Penale, sentenza numero 15887 del 05/04/2013 Riduci

Semaforo Verde
Giurisprudenza codice della strada e circolazione stradale
Cassazione Penale, Sezione quarta, sentenza n.
15887 del 5 aprile 2013

 

Corte di Cassazione Penale - Sezione IV, Sentenza n. 15887 del 05/04/2013
Circolazione Stradale - Art. 186 del Codice della Strada - Guida sotto l'influenza dell'alcool - Alcoltest - Obbligo di avviso all'indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia - La violazione da parte della polizia giudiziaria dell'obbligo di avvertire l'indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia nel corso dell'alcoltest per accertare il reato di guida in stato di ebbrezza, integra una nullità generale a regime intermedio che va eccepita o prima del compimento dell'atto o immediatamente dopo, ossia subito dopo la nomina del difensore nel termine di cinque giorni concesso a quest'ultimo per l'esame degli atti.

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza resa dal Tribunale di (OMISSIS) con la quale G. G. è stato ritenuto responsabile del reato di cui all'art. 186 C.d.S. e condannato alla pena di 15 giorni di arresto e Euro 900 di ammenda.

2. Avverso tale sentenza ha presentato ricorso per cassazione l'imputato deducendo la violazione degli artt. 178 e 354 c.p.p. e art. 114 disp. att. c.p.p., in relazione alla eccezione, proposta dal proprio difensore fin dalla udienza di discussione dibattimentale del giudizio di primo grado, di nullità dell'alcoltest per omesso avvertimento all'imputato del diritto di farsi assistere da un difensore. Rileva che dal verbale redatto in occasione delle indagine non risulta che tale avviso sia stato dato, in quanto dal verbale stesso risulta che era stato aperto alle ore 3,10 e chiuso alle ore 3,30, mentre le due prove con l'etilometro erano state effettuate alle 2,50 e alle 3,05; ne' era possibile ricavare tale prova dalle dichiarazioni rese dall'agente accertatore in udienza, atteso che le stesse erano intervenute a distanza di 4 anni e potevano solo essere basate su una prassi di lavoro, che non poteva smentire la diversa situazione risultante dal verbale. In ogni caso non risultava che il difensore, poi nominato, fosse stato effettivamente avvisato o quanto meno si sia tentato di avvisarlo.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile. Valgono al riguardo le osservazioni già formulate dalla Corte di appello che ha richiamato la testimonianza resa dall'agente accertatore sul rispetto, quanto agli avvisi, delle norme di legge secondo quello che era un comportamento costituente prassi abituale; la stessa sentenza ha altresì rilevato che l'assenza del difensore era verosimilmente dovuta al fatto che il controllo era avvenuto in piena notte. A ciò si aggiunge la tardività dell'eccezione, anch'essa già rilevata dalla Corte di appello. A tale ultimo riguardo essendo solo il caso di osservare che secondo la pacifica giurisprudenza di questa Corte (da ultimo sez. 3, 28.3.2012 n. 14873 rv. 252397) la violazione da parte della polizia giudiziaria dell'obbligo di avvertire l'indagato, ai sensi dell'art. 114 disp. att. c.p.p., della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia nel corso di una perquisizione o sequestro integra una nullità generale a regime intermedio che va eccepita, ai sensi dell'art. 182 c.p.p., o prima del compimento dell'atto o immediatamente dopo, ossia subito dopo la nomina del difensore ovvero entro il termine di cinque giorni che l'art. 366 c.p.p., concede a quest'ultimo per l'esame degli atti. Nella specie risulta sicuramente tardiva la questione posta dall'indagato solo all'udienza di primo grado, tanto più che il medesimo aveva anche presentato opposizione al decreto penale originariamente emesso nei suoi confronti senza nulla dedurre in tale atto circa la pretesa violazione.

3. Conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e da ciò deriva l'onere delle spese del procedimento nonché del versamento di una somma in favore delle cassa delle ammende che, in considerazione dei motivi dedotti, stimasi equo fissare, anche dopo la sentenza della Corte Cost. n. 186 del 2000, in Euro 1.000,00 (mille/00).

P.Q.M.

[La Corte] Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 7 febbraio 2013.
Depositato in Cancelleria il 5 aprile 2013.

 

 


 Sezione curata da: Salvatore Palumbo, Claudio Molteni e Alberto Gardina.

 DISCLAMER: Il testo della presente sentenza/ordinanza non riveste carattere di ufficialità e non sostituisce in alcun modo quello pubblicato sull'organo ufficiale dell'Ente emittente che ne costituisce la pubblicazione ufficiale.
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