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 Legge 11 agosto 2014, n. 117 Riduci

FOCUS
Rassegna di articoli attinenti agli
argomenti tratti da Semaforo Verde

 

27/08/2014
Legge 11 agosto 2014, n. 117 di conversione del Decreto Legge n. 92 del 26.06.2014
Gli aspetti interessanti la procedura penale, con una maggiore attenzione alla modifica apportata all'art. 275 c.p.p., per limitare il ricorso alla custodia cautelare in carcere
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A cura di Bruno Malusardi

 

  Nella Gazzetta Ufficiale del 20.08.2014 è stata pubblicata la legge 11 agosto 2014, n. 117 che ha convertito in legge, con modificazioni, il Decreto Legge n. 92 del 26.06.2014 recante: "Disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell'articolo 3 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nonché di modifiche al codice di procedura penale e alle disposizioni di attuazione, all'ordinamento del Corpo di polizia penitenziaria e all'ordinamento penitenziario, anche minorile.".
 Il Decreto Legge è in vigore dal 28.06.2014, ma le modifiche apportate dalla legge di conversione hanno efficacia dal 21.08.2014, giorno successivo a quello della sua pubblicazione.
 Qui di seguito sarà commentata soltanto la novella inerente alla procedura penale, con una maggiore attenzione alla modifica apportata all'art. 275 c.p.p. per limitare il ricorso alla custodia cautelare in carcere.

 L'articolo 3 del Decreto Legge de quo, ha inserito il comma 3-bis nell'art. 678 c.p.p. (Procedimento di sorveglianza) prevedendo, in relazione a provvedimenti incidenti sulla libertà personale di condannati di Tribunali o Corti penali internazionali, specifici obblighi di comunicazione a carico degli uffici giudiziari di sorveglianza e del Ministro della giustizia:
   «3-bis. Il tribunale di sorveglianza e il magistrato di sorveglianza, nelle materie di rispettiva competenza, quando provvedono su richieste di provvedimenti incidenti sulla libertà personale di condannati da Tribunali o Corti penali internazionali, danno immediata comunicazione della data dell'udienza e della pertinente documentazione al Ministro della giustizia, che tempestivamente ne informa il Ministro degli affari esteri e, qualora previsto da accordi internazionali, l'organismo che ha pronunciato la condanna.».
 Osserviamo inoltre che la Legge n. 237 del 2012, relativa alla Corte penale internazionale, prescrive (art. 19) al Ministro della giustizia di comunicare tempestivamente alla Corte internazionale «... i procedimenti penali e ogni altra circostanza rilevante che concerne il condannato».

 L'articolo 4 sostituisce l'articolo 97-bis del decreto legislativo n. 271 del 1989 (Disposizioni di attuazione del codice di procedura penale) col seguente:
   «Art. 97-bis (Modalità di esecuzione del provvedimento che applica gli arresti domiciliari)
 1. A seguito del provvedimento che sostituisce la misura della custodia cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari, l'imputato raggiunge senza accompagnamento il luogo di esecuzione della misura, individuato ai sensi dell'articolo 284 del codice; del provvedimento emesso, il giudice informa il pubblico ministero e la polizia giudiziaria che possono, anche di propria iniziativa, controllare l'osservanza delle prescrizioni imposte.
 2. Qualora il giudice, anche a seguito della segnalazione operata dal pubblico ministero, dal direttore dell'istituto penitenziario o dalle forze di polizia, ritenga sussistenti specifiche esigenze processuali ovvero altre esigenze di sicurezza, con il provvedimento di sostituzione di cui al comma 1 dispone che l'imputato venga accompagnato dalle forze di polizia presso il luogo di esecuzione degli arresti domiciliari
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».
 E', quindi, disciplinata la procedura da seguire quando la misura della custodia cautelare in carcere viene sostituita dal giudice con la misura cautelare degli arresti domiciliari. Rispetto alle disposizioni previgenti, il nuovo articolo 97-bis disp. att. c.p.p. stabilisce, come regola, che l’imputato lasci il carcere e si rechi presso il domicilio senza scorta; disciplina l’eccezione, ovvero l’accompagnamento, quando il giudice ritenga sussistere esigenze processuali o di sicurezza.
 La Legge di conversione ha soppresso il comma 3, originariamente introdotto nel nuovo articolo 97-bis che prevedeva la permanenza in carcere dell'indagato quando non siano materialmente disponibili i dispositivi di controllo elettronico eventualmente prescritti dal giudice (c.d. braccialetto elettronico), in attesa che la polizia li metta a disposizione.

 L'articolo 5 estende l’applicazione delle disposizioni sull’esecuzione dei provvedimenti limitativi della libertà personale nei confronti di minorenni anche a coloro che, pur maggiorenni, non abbiano ancora compiuto 25 anni.
 Attraverso la modifica dell’articolo 24 delle disposizioni di attuazione del procedimento penale minorile (Decreto Legislativo n. 272 del 1989), è previsto che tanto l’esecuzione di una pena detentiva quanto l’esecuzione di una misura di sicurezza o di una sanzione sostitutiva, ovvero l’esecuzione di una misura cautelare, abbiano luogo secondo le norme e con le modalità previste per i minorenni e siano affidate al personale dei servizi minorili se l’interessato, pur avendo commesso il reato (o il presunto reato) da minorenne, non ha compiuto 25 anni al momento dell’esecuzione della misura restrittiva.
 La disposizione previgente consentiva il protrarsi della disciplina dettata per i minorenni fino al compimento dei 21 anni d’età.

 L'articolo 8 del Decreto Legge in esame modifica l'articolo 275 c.p.p. (Criteri di scelta delle misure), per limitare il ricorso alla custodia cautelare in carcere, sostituendone il comma 2-bis col seguente:
   «2-bis. Non può essere applicata la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena. Salvo quanto previsto dal comma 3 e ferma restando l'applicabilità degli articoli 276, comma 1-ter, e 280, comma 3, non può applicarsi la misura della custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all'esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni. Tale disposizione non si applica nei procedimenti per i delitti di cui agli articoli 423-bis, 572, 612-bis e 624-bis del codice penale, nonché all'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, e quando, rilevata l'inadeguatezza di ogni altra misura, gli arresti domiciliari non possano essere disposti per mancanza di uno dei luoghi di esecuzione indicati nell'articolo 284, comma 1, del presente codice.».
 L'art. 275 del c.p.p. fissa i criteri ai quali il giudice deve ispirarsi nella scelta delle varie misure cautelari personali da applicare al singolo indagato o imputato, segnatamente i criteri di adeguatezza e di proporzionalità.

 Il comma 2-bis anteriore al Decreto Legge si limitava a vietare l'applicazione di una misura di custodia cautelare (non soltanto in carcere) nel caso in cui il giudice avesse ritenuto che con la sentenza poteva essere concessa la sospensione condizionale della pena.
 Le novità introdotte sono le seguenti:
   a) in caso di possibile sospensione condizionale della pena, il divieto in capo al giudice riguarda esplicitamente la custodia cautelare carceraria e gli arresti domiciliari;
   b) il divieto di applicazione della sola custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all'esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni.

 La disposizione del novellato comma 2-bis del citato art. 275, che nel testo originale introdotto dal Decreto Legge stabiliva un ampio divieto di applicazione della custodia cautelare in carcere, è stata incisivamente modificata dalla legge di conversione.
 Il primo divieto, senza alcuna deroga, fa esplicito riferimento alla sola custodia "in carcere" e ai soli "arresti domiciliari", sicché ora risulterà comunque possibile l'applicazione della custodia cautelare in istituti a custodia attenuata per detenute madri (art. 285-bis del c.p.p.), nonché in luoghi di cura (art. 286 del c.p.p.).
 La disposizione vigente anteriormente alle modifiche apportate dal Decreto Legge 92 del 2014 faceva infatti riferimento alla "custodia cautelare", nel cui ambito rientrano sia gli arresti domiciliari ai sensi dell'art. 284 c.p.p. (il comma 5 dell'articolo 284 prevede espressamente che l'imputato agli arresti domiciliari "si considera in stato di custodia cautelare"), sia la custodia cautelare in carcere di cui al successivo articolo 285, sia la custodia cautelare in luogo di cura di cui agli articoli 285-bis e 286.

 La ratio della norma di cui al primo periodo del comma 2-bis citato è probabilmente quella di evitare che subisca una situazione detentiva di qualsiasi tipo a fini di cautela colui che, a una simile situazione, non sarà assoggettato in fase di esecuzione della pena, potendo presumibilmente beneficiare della sospensione condizionale della stessa.
 La (sola) misura coercitiva della custodia cautelare in carcere, come già detto, non può essere applicata se il giudice ritiene che, all'esito del giudizio, la pena detentiva inflitta non sarà superiore a tre anni. Anche in questo caso possiamo ritenere che la finalità della norma sia quella di evitare una detenzione cautelare in carcere a chi, con tutta probabilità, non verrà assoggettato a uno stato detentivo analogo in esecuzione della sentenza definitiva di condanna.
 Tale secondo divieto, diversamente dal primo, soggiace tuttavia a una serie cospicua di eccezioni. Quando ogni altra misura risulti inadeguata, la misura cautelare della custodia in carcere, nonostante la citata prognosi di pena massima triennale, può comunque essere disposta:

  • nei procedimenti per i delitti di incendio boschivo (art. 423-bis); maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572); atti persecutori (612-bis, cosiddetto stalking); furto in abitazione e furto con strappo (624-bis); nonché per tutti i (numerosissimi) delitti, particolarmente gravi, previsti dall'art. 4-bis della Legge 354 del 1975 sull'ordinamento penitenziario (tra i quali: terrorismo, eversione, associazione di tipo mafioso, riduzione in schiavitù, prostituzione minorile, pornografia minorile, tratta di persone, acquisto o alienazione schiavi, violenza sessuale semplice o di gruppo, sequestro di persona a scopo di estorsione, associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri o al traffico di stupefacenti, omicidio, turismo sessuale, rapina aggravata, estorsione aggravata, contrabbando aggravato di T.L.E., spaccio o detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti nelle ipotesi aggravate, associazione per delinquere finalizzata alla contraffazione dei marchi, atti sessuali con minore, sfruttamento dell'immigrazione clandestina);  
  • quando, rilevata l'inadeguatezza di ogni altra misura, non possono essere disposti gli arresti domiciliari per mancanza di un idoneo luogo di esecuzione (un'abitazione o altro luogo di privata dimora ovvero un luogo pubblico di cura e assistenza o una casa famiglia protetta);

  • per il delitto di finanziamento illecito dei partiti (art. 7 legge 195/1974) e per i delitti puniti nel massimo con la reclusione non inferiore a 5 anni, ovvero anche inferiore a 5 anni nell'ipotesi in cui l'imputato abbia trasgredito le prescrizioni inerenti a un'altra misura cautelare (art. 280 co. 3 c.p.p.).

 La  misura cautelare della custodia in carcere è applicata:

  • quando sussistono gravi indizi di colpevolezza, nei casi previsti dal comma 3 del medesimo 275 c.p.p. (associazione per delinquere finalizzata alla contraffazione dei marchi, alla riduzione in schiavitù, alla tratta di persone, all'acquisto o alienazione di schiavi, allo sfruttamento dell'immigrazione clandestina, alla prostituzione o alla pornografia minorile, alla detenzione di materiale pornografico, alla pornografia virtuale, al turismo sessuale, alla violenza sessuale individuale o di gruppo in danno di minori, al compimento di atti sessuali con minori, alla corruzione di minori, all'adescamento di minori);

  • quando l'imputato o l'indagato agli arresti domiciliari abbia trasgredito le prescrizioni concernenti il divieto di non allontanarsi dalla dimora in cui sono disposti (art. 276, comma 1-ter, c.p.p.);

 (Gli elenchi dei delitti di cui sopra non sono esaustivi, e in alcuni casi si deve fare riferimento a fattispecie particolari previste nello stesso articolo del codice penale o della legge complementare citata.).

 

 


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